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RITIRO FEBBRAIO 2017 (Meditazione 24-02-1991)

"ECCO LA VITA CRISTIANA!"

Noi non viviamo la vita degli altri; noi viviamo una certa solitudine nei confronti degli altri, dobbiamo sempre più vivere a questa solitudine, rimanere soli… Ma, come possiamo essere soli? Voi conoscete quello che dice il Vangelo, prima della Trasfigurazione e dopo la Trasfigurazione? Prima e dopo la trasfigurazione gli apostoli

di Gesù sono in  mezzo alla folla; ricordi che cosa succede quando Gesù scende dal monte? C'è l'uomo col suo figlio, che è epilettico, e chiede la guarigione e tutti gli altri dicono che non hanno saputo far nulla, non hanno potuto far nulla, c’è una grande agitazione. Basta vedere la trasfigurazione di Raffaello, da una parte Gesù su in alto, ma in basso la folla.

Così, ecco, la prima condizione per vivere una vita cristiana implica sempre una certa solitudine; ma una solitudine che noi possiamo realizzare soltanto nella misura che ci solleviamo, che ci strappiamo a tutte le preoccupazioni mondane, a tutte le ansietà che ci chiudono, che ci legano. Bisogna sollevarci, sollevare la nostra anima a Dio. Come si inizia? Hai presente come si inizia l'anno liturgico; come si inizia addirittura l'introito della prima messa dell’Avvento, la prima domenica dell’Avvento. Ti ricordi? Forse non te la ricordi. Io me la ricordo perché, quando era in latino, era facile la citazione dei testi, in italiano chi le ricorda..? E allora mi ricordo benissimo come si inizia: “ A te levavi anima mea” “Innalzai a te l’anima mia”. A te levavi! Ecco, noi bisogna elevarci, anche per dire qualunque preghiera. Come dici tu la preghiera di Nostro Signore? La sai Alberto, la preghiera che ci ha insegnato il Signore? Dice: “Padre Nostro che sei nei cieli”. Se tu vuoi parlare a uno che sta in cielo bisogna che ti alzi anche tu perché se no non giunge mica la tua parola a Lui, non ti sembra. Ecco la vita cristiana. Uno strapparci a tutti i legami che ci avvinghiano al mondo di quaggiù: interessi, preoccupazioni, pensieri. Elevarci a Dio, elevarci a Lui e, nella misura che ci eleviamo a Dio, ecco, respiriamo l'aria più pura.

Domandatelo un pochino a Silvano,  perché Silvano va volentieri sui monti? Non è vero che si respira meglio? Ecco, e l’anima nostra così si solleva perché, questo sollevarci sulla montagna, è come, non solo un purificarci da ogni contatto, uno strapparci da ogni preoccupazione e ansietà, ma è un purificarci, un respirare più puro, si vive veramente più vicino a Dio. Questa è la condizione, questa non è l’esperienza cristiana, ma è la condizione perché noi abbiamo un’esperienza cristiana. Quando siamo lassù che cosa avviene? I nostri occhi si aprono e noi vediamo. La nostra vita cristiana è la visione. Dimmi tu, Martino, qual è l’atto costitutivo della beatitudine celeste, della vita beata? Qual è? E’ la visione, la visione beatifica, si parla della visione beatifica. Ne hanno parlato mai a te a scuola? Forse no. Vabbè, comunque è la visione beatifica. Ma può la vita di domani essere totalmente diversa dalla vita di oggi? No, c’è continuità tra la vita presente e la vita futura. Dunque anche noi dobbiamo vedere. E lo dice nostro Signore nel Vangelo di Giovanni; non si tratta più delle apparizioni che sono piuttosto fasulle; le apparizioni del risorto sono importanti, ma sono tutte fasulle perché lo vedono come se fosse uno di noi, ma non è mica più come la Suor Agnese Nostro Signore. Nel suo corpo glorioso Egli si è reso invisibile, quante volte lo hai visto tu? Con gli occhi dico. Lo vedi sempre, vivi sempre con Lui, ma non con gli occhi, va bene. Ecco dice, dunque, il Vangelo, che gli altri non lo conosceranno perché non lo vedranno, ma Voi mi conoscerete perché mi vedrete, perché come Io vivo voi vivrete. Sono le parole di Gesù al quattordicesimo capitolo del Vangelo di San Giovanni. La prima esperienza del cristiano quaggiù è vedere, cioè noi abbiamo una certa percezione visiva, si può dire visiva, di questo mondo divino nel quale Dio ci trasporta. Sentiamo di non vivere soltanto chiusi e prigionieri di questo mondo. Sentiamo che la nostra anima sarà trasportata in un altro mondo di luce, di purezza, di bellezza, di vita. Dio è con noi, noi siamo con Lui. E’ un’esperienza nuova perché le vesti sono bianchissime, così che nessun lavandaio potrebbe renderle tali, così anche noi questa visione di bellezza è infinitamente superiore alla bellezza che ci può dare anche la visione del mondo. Eppure il mondo tante volte è bello, non è vero che è bello. Mi ricordo sempre che una volta un carmelitano venne qui, di Piacenza, mi invitò a fare, non so, un corso di esercizi che io non potei fare. E mi disse ma, ma io non pensavo che fosse così, che capisse così poco, mi disse a me: ma come, ha chiuso la parete, doveva essere tutta aperta, allora c’è la visione di questa, di queste colline così belle… ma io stetti a guardare, ma io vedo delle colline più belle ancora, tanto tanto belle che debbo chiudere gli occhi per vederle pienamente. Dio è con me, anche la bellezza del paesaggio potrebbe disturbarmi invece che raccogliermi in Dio. Non è forse vero che pregate più facilmente quando la Chiesa è buia, per esempio, che quando c’è la luce e ci fa vedere tante cose. Perché un'altra visione ora si impone al nostro spirito, la visione di una presenza che ci raccoglie e che è più bella, ha una bellezza ancora maggiore della bellezza delle cose presenti. Noi abbiamo una certa visione, che non possiamo definire troppo facilmente, perché non abbiamo paragone con le cose di quaggiù, è infatti una visione non oculare. Ma ecco, che alla visione subentra poi la tenebra, e noi sappiamo che l'esperienza più alta di Dio è la tenebra. Cosa avviene di Mosè? Non entra nella nube? Non è così? E che cosa ci insegna anche San Giovanni della Croce: la notte oscura, la presenza di Dio è tale che, cosa fa? Ci acceca. Rende impossibile a noi ogni altra percezione, ogni altro, ogni altra esperienza che di questa presenza, che non sappiamo definire, che non possiamo definire, ma che è Lui. Però, questa presenza, è qui la grandezza, questa presenza, non è più la presenza, una presenza impersonale, il sole, la campagna, la terra. Pensavo in questi giorni, quando riprendendo, non so se ce la farò perché è un mare magnum…, ma riprendendo in mano le opere di Dostoevskij, perché avrei, il desiderio di farci, di scriverci qualche cosa e vidi che non mi piaceva più. Dicevo, non so, povero figliolo anche tu non hai capito proprio nulla, o almeno, sei rimasto proprio ai primi passi perché la vita religiosa per lui è questo sentire il senso del divino della divinità nella terra, baciare la terra, piangere con la terra: sempre, sempre la terra, il mondo, la bellezza del mondo... No! Più alta è l'esperienza quando la presenza divina rende impossibile a te ogni contatto con il mondo di quaggiù, ti trasporta via. Sei andata mai in estasi, Basilio, sono sospese tutte le esperienze sensibili: sei come rapito, strappato a te stesso ed entri nella nube. Però qualche cosa avviene che in Dostoevskij  non c'è mai. Tu ascolti una parola. Che vuol dire ascoltare la Parola? Guardate, io non so se a voi, ma a me il sole non mi ha parlato mai: sta lì, illumina… Ma rimane una cosa, un oggetto. Invece, la Chiara potrebbe parlarmi, non è vero? Cioè il parlare implica un rapporto personale. Ecco l’amore: fintanto che Gesù si manifesta nella sua luce può parlare con Mosè ed Elia, ma non parla con gli apostoli; gli apostoli non riescono a parlare con lui, rimangono inebetiti a guardarlo; ma poi, ecco, la luce vien meno ed entrano nella nube… allora, nella nube,  la parola del Padre che a loro si rivolge. E tu allora ascolti Dio, entri in un rapporto con un Dio che ti ama. La tua solitudine è vinta, puoi rimanere sempre nel buio, che non vuol dire proprio nulla, senti di essere amato, amato di un amore infinito. Egli ti parla. Ma che cosa vuol dire per Iddio parlarti, se non comunicarsi tutto a te. Non c'è paradiso, non esiste più il paradiso: il paradiso è questo mio incontro con lui; questo, questo suo rapporto con me. Non posso volere il paradiso, di che me ne faccio. In questo rapporto Dio non mi dona tutto se stesso? Entrando in rapporto con me, non si dona tutto a me? Non vive unicamente per me? E’ un rapporto di amore. Ma voi lo sapete, Dio dice una sola parola, ma in quella parola Egli dice tutto se stesso. Se Egli ci parla, ci dona il suo Figlio. Quando dice:” Questo è il mio figlio diletto, ascoltatelo”.Credete forse che ci dia una lezione sulla divinità di Gesù? No, ci dona Gesù, perché l’ascoltare vuol dire accogliere la parola ed ecco allora è giusto che sparisca la nube, che sparisca la luce e rimanga Gesù solo. Essi sono divenuti Gesù. Gesù, il Figlio di Dio, si è donato talmente a loro che ora non vi è più possibilità di separare Gesù da loro e loro da Gesù.

È quello che diceva stamani, te lo ricordi Alberto, quello che ci diceva stamani San Paolo nella lettera romani: “ Chi ci separerà della carità di Dio in Cristo Gesù?”  Io sono uno con Lui, Egli è uno con me. Eccomi cari fratelli quello che ci dice oggi il Vangelo della Trasfigurazione. Se noi ci sappiamo elevare su questo alto monte della contemplazione; se noi sapremo vivere questa solitudine della nostra anima che vive al cospetto di Dio, noi certo, avremo una certa visione di Dio, ma alla visione di Dio subentrerà poi la tenebra. Sì, non vedremo più nulla, ma non vedremo perché Egli si fatto uno con noi. Vedi tu, Basilio, riesci a vedere il tuo cuore? Io penso che non riesci a vedere nemmeno il tuo naso, nemmeno la tua bocca. Vedi la mia bocca, ma la tua no. Così anche l'anima una volta che è entrata in questo rapporto con Dio: non vede più se stessa, non vede più nulla, è divenuta una col Cristo.

Il Padre ci dona il suo Figlio e il Figlio di Dio diviene uno con noi. Noi diveniamo una sola cosa con lui: “Chi ci separerà dall'amore di Dio in Cristo Gesù?” Ecco, miei cari fratelli, l'esperienza cristiana: essere una sola cosa con il Cristo. Questo noi dobbiamo vivere, miei cari fratelli; questo dobbiamo realizzare e realizzeremo tutto questo se noi sapremo lasciarci condurre da Cristo sull’alto monte della contemplazione. Se ci lasceremo portare da Cristo in questa solitudine in cui non rimane per noi altro che Lui, allora, sì, lo vedremo. Sarà già una bella esperienza questa, tanto bella che Pietro non sapeva quello si dicesse, voleva star sempre lì. Ma poi subentrerà un altra esperienza, che sembrerà più brutta, che sembrerà, a un certo momento l’anima avrà paura perché entra nel buio. No, non aver paura, non aver paura.

L’Amore tende sempre all'unità. Ed ecco proprio nella tenebra si compie l’unione. L’unione, anche dell'uomo e della donna, richiede un grande riserbo, richiede anche la notte e il silenzio. Così anche l’unione con Dio, non più nella visione, nella tenebra, nella notte. Poi viene l’incontro, la fusione, l'unità.

Io sono il Cristo, il Cristo è uno con me. Vuoi? Domandate a voi stessi: lo volete davvero? Egli non ce lo può negare. Ci ha parlato perché ci voleva donare quello che ora ci ha detto.