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Comunità dei figli di Dio

UT SITIS FILII PATRIS VESTRI

Unico sito ufficiale della Comunità dei figli di Dio. Con la sola eccezione del canale youtube. Tutti i contenuti pubblicati sulla rete (Tra cui profili Facebook), non sono visti né approvati dalla Comunità dei figli di Dio e spesso non riflettono la spiritualità di don Divo Barsotti.

RITIRO OTTOBRE 2016 (Meditazione 07-10-1987)

“INSEGNACI A PREGARE”

Prima di tutto è da sottolineare la natura umana di Gesù. Egli è rapporto eterno e infinito di amore al Padre eppure qui dice: “era in un luogo e quando ebbe finito” vuol dire che anche Lui come uomo sentiva il bisogno della solitudine, di appartarsi.

E i discepoli non osano accostarsi a Lui mentre Egli prega. E' soltanto per insegnare a noi… o anche la sua natura umana stessa aveva bisogno di questa relativa solitudine per entrare in comunione col Padre? E ancora dice il testo: “quando ebbe finito” vuol dire che la vita di Gesù era sì preghiera continua; ma virtualmente, perché la preghiera attuale anche in Lui aveva un inizio e una fine. Era un uomo che viveva nel tempo. Pur essendo Figlio di Dio, Egli lasciava che la natura umana rimanesse condizionata come la nostra dal tempo, dallo spazio, dalla salute, dal giorno, dalla luce, dalla notte, da tutto quello che in fondo condiziona anche la nostra vita. Ma non è questo, anche se era importante notarlo, non è questo quello che dovrebbe essere l'argomento della nostra meditazione stamani, piuttosto son le parole dei discepoli.

Quando ebbe finito i discepoli si accostarono a Lui e gli dissero: “Maestro, insegnaci a pregare”. Gesù era un maestro, dunque doveva insegnare. Quale insegnamento essi chiedono a Gesù? Vogliono che insegni loro a pregare; vuol dire che vi è una scuola per la preghiera, vuol dire che vi è veramente la necessità di imparare come si prega! E' vero che la preghiera è l'atto più personale dell'uomo, quello veramente che lo distingue e lo fa diverso da ogni altro uomo. Nulla è più personale della preghiera! E tuttavia si deve anche insegnare a pregare, ci deve essere anche una scuola di preghiera.
Che cos'è questa scuola di preghiera che i discepoli chiedono a Gesù? Intanto una cosa è importante: chiedono a Gesù: “insegnaci a pregare” perché l'hanno visto pregare. Non si insegna dunque la preghiera se non siamo anime oranti. Nessuno può presumere di insegnare a pregare se egli di fatto non prega, se egli di fatto non ha un'esperienza di preghiera notevole, almeno diversa, più alta degli altri. Ed è in forza di questa esperienza di preghiera che si giustifica un suo insegnamento.
Ma se la preghiera è così personale come può uno insegnarla? E come può, insegnandola, lasciare libera l'anima nella sua preghiera personale? E' evidente che l'esperienza della preghiera del Maestro è necessaria all'insegnamento. Ma rimane anche vero che quanto più veramente tu entri nella preghiera quanto più veramente attraverso la scuola di preghiera l'anima ha imparato a rivolgersi a Dio, tanto più acquista anche una sua indipendenza dal Maestro. E' necessario, ma è una manuductio, un aiuto che introduce nel segreto, introduce nel santuario della preghiera, poi il maestro deve farsi da parte! Di fatto, vedete, Nostro Signore insegna a pregare, insegna quali sono fondamentalmente gli oggetti ma insegna anche lo spirito col quale si deve pregare. Prima lo spirito, poi l'oggetto della preghiera. L'insegnamento di Gesù ha questa duplice direzione, prima lo spirito.

Qual è lo spirito della preghiera che insegna Gesù? Altre volte vi ho detto, il Padre Nostro in San Luca è quello autentico, anche se non è quello che diciamo, noi diciamo il Padre Nostro che ci ha insegnato l'Evangelista San Matteo, e va bene! E' ispirato da Dio, anche quella formula è ispirata da Dio ma non è la vera formula di Gesù! La vera formula che ci insegna Gesù è quella di Luca. Ora, se noi analizziamo quello che ci dice questa formula che San Luca riporta, questa formula già suggerisce lo spirito col quale dobbiamo rivolgerci a Dio. Ed è questo: la preghiera certo si può fare in comune, e si deve anche fare in comune, tuttavia, si diceva prima, è l'atto più personale che esista.
Lo dice precisamente la preghiera che c'ha conservato il Vangelo di San Luca. Non dice “Padre Nostro”, dice “Padre”. Quando tu preghi il tuo spirito deve essere così attratto a Dio da dimenticare tutto e tutti. Davanti a te deve rimanere Lui solo non “Padre Nostro” ma “Padre”. Ma non è soltanto questo lo spirito della preghiera che implica veramente una unione con Dio che ci sottragga alle cose, alle preoccupazioni, ai pensieri, non è soltanto questo.
Lo spirito della preghiera come ce la insegna San Luca, o Nostro Signore in San Luca, è qualche cosa di più. Nella misura che tu ti sottrai alle cose, agli uomini per vivere un rapporto diretto con Dio, personale con Lui, tu acquisti anche, piuttosto esprimi anche, una tua parresia, una tua semplicità, una tua confidenza nei confronti di Dio. Confidenza filiale, una confidenza filiale che ti mette in un rapporto di intimità assoluta col Signore. “Padre” tu dici!
La parola “Padre” è la sintesi della preghiera cristiana ed è l'espressione di quel rapporto che il cristiano vive con Dio. Egli è il “Papà”. Nemmeno “Padre” nel senso aulico, come il termine in italiano suona. Ma “Babbo” se si vuol dire al modo toscano, “Papà” se si vuol dire così come dicono nelle altre regioni, è l'espressione della più grande intimità e semplicità con Dio ma tutto questo suppone non che Dio si sia fatto piccolo per giungere a te, suppone che tu ti sia innalzato fino a Lui così da realizzare davvero in questo tuo rapporto con Dio la tua trascendenza nei confronti di tutto. Se tu dici “Padre” e non dici “Nostro” è precisamente per questo, perché nella preghiera tu emergi da tutti i condizionamenti umani per vedere soltanto il volto di Dio. “Padre” tu dici!
Ecco lo spirito della preghiera cristiana. Una preghiera di semplicità, di perfetto abbandono, di confidenza assoluta in Colui che è tutto per te! Ma proprio questo rapporto implica di per sé la solitudine come già Gesù aveva vissuto nella solitudine la preghiera, tanto che i discepoli non osano avvicinarlo mentre Egli prega. Si è fasciato Lui stesso di silenzio ed è entrato nella solitudine pregando.

D'altra parte anche in un altro testo del Vangelo, Gesù ci dice: “quando tu preghi entra nella tua camera, chiudi la porta e prega in cubiculo nella tua cameretta e il Padre che vede nel segreto, ti ascolterà”. Nel segreto, ecco lo spirito, lo spirito della preghiera. Di qui, miei cari fratelli, la, come dire, il pericolo che vi è oggi nell'identificare la preghiera soltanto con la preghiera comunitaria. La preghiera comunitaria può avvenire in un secondo tempo, prima di tutto noi dobbiamo stabilire un contatto reale con Dio.
E' vero per esempio che uno può avere tanti fratelli, però il rapporto con la madre non passa attraverso i fratelli, è un rapporto diretto. Quando tu pensi a Mimmi, alla tua mamma, ci pensi dopo aver pensato a Federico, a Emanuele, Alberto, a Paolo, il tuo papà? No, il rapporto è diretto, così deve essere anche diretto il rapporto nostro con Dio. Non passa attraverso la comunità, non passa attraverso la comunità. La preghiera si fa nella Chiesa, questo è vero, ma non passa attraverso la Chiesa perché il rapporto è diretto. “Padre”, è una nostra partecipazione al rapporto del Figlio Unigenito al Padre. E' vero che si fa nella Chiesa, perché si fa in quanto siamo membra del Corpo Mistico del Cristo perciò siamo nella Chiesa, ma nella preghiera la Chiesa deve essere dimenticata, deve essere dimenticato il Papa, i vescovi, i malati, i poveri, deve essere dimenticato tutto. Il rapporto è personale e diretto. Se Dio poi nella preghiera suscita in te il ricordo dei poveri, prega anche per loro, ma viene in seguito, il primo atto della preghiera nostra è il tendere verticalmente a Dio, il realizzare questo rapporto unico.
E' trascendente ogni rapporto, il rapporto del Figlio al Padre Celeste. “Padre” dice la preghiera di Luca. E' molto più importante la preghiera di Luca che la preghiera di San Matteo. Anche se noi si dice sempre il “Padre” come ce l'ha insegnato San Matteo: “Padre nostro che sei nei cieli.....”, qui non c'è né che è nel cielo, infatti non è nel cielo, è nel tuo cuore; è Padre non puoi cercarlo lassù.
Le parole del Padre Nostro in San Matteo risentono ancora del rituale ebraico, cioè di dare a Dio il senso di questa trascendenza, di inaccessibilità per questo è nei cieli. Non è nei cieli, è veramente vicino a te. Lo dice, del resto, il Deuteronomio: “è nel tuo cuore” e allora se già nell'Antico Testamento Dio si fa presente, almeno secondo il Deuteronomio, così da essere presente al cuore dell'orante, quanto più per noi. Non lo cerchiamo lontano, è veramente più vicino a noi di noi stessi. “Padre” dice la formula di preghiera di San Luca. “Sia santificato il tuo nome non è nel cielo e non è Padre nostro, è Padre mio come, come Gesù. Anche Gesù non dice mai nostro, dice sempre “Padre mio”, “Padre” e se noi ascoltiamo quello che dice San Paolo nella Lettera ai Romani, nella Lettera ai Galati, precisamente questa è la formula della preghiera cristiana perché siete figli e Dio mandò lo spirito del Figlio suo nel vostro cuore che chiama o nel quale chiamiamo “Abbà”, “Papà”, “Babbo”, tutto qui e non dice altro San Paolo infatti in questa parola c'è compreso poi tutto, non importerebbe nemmeno aggiungere nulla.
E' già molto più breve il Padre Nostro in San Luca o piuttosto, la formula del “Padre” in San Luca, che in San Matteo. Ma in San Paolo, poi, diviene ancora più breve, è soltanto l'invocazione “Padre”.

Per questo, vedete, lo spirito che si esprime in questa parola iniziale del “Padre” secondo il Vangelo di San Luca, questa parola iniziale che esprime lo spirito, esprime anche il contenuto. Qual è il contenuto? Un rapporto di totale amore, un  rapporto di totale abbandono, un rapporto di totale confidenza nel Padre. Siamo nelle sue mani. “Padre” dice Gesù in San Luca. Gesù ha detto questa formula e non quella di San Matteo, ha detto questa formula. E sicuramente è più questa di quella di San Matteo. San Matteo l'ha rifatta e rielaborata secondo anche il rituale ebraico.
Ma Gesù è molto più semplice: “Padre sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, dacci oggi il nostro pane quotidiano, perdonaci i nostri peccati come noi perdoniamo”, tutto lì.  E si noti, allora, anche il nostro rapporto con le cose e con gli uomini, si chiede il pane per mangiare, si chiede, poi, di vivere un rapporto di carità coi fratelli perché se Egli è Padre gli altri sono fratelli e nel Padre noi li riconosciamo come fratelli, li accogliamo come fratelli, per questo non ci possono essere divisioni, per questo deve essere superato ogni attrito, come deve essere superato l'attrito del figlio col padre, il padre accoglie sempre il figlio ma anche il fratello deve accogliere il fratello.
Comunque guardate, lo spirito è questa confidenza, è questo abbandono, è anche questo rapporto personale, personale. Di qui vedete l'importanza che ha la preghiera personale prima della preghiera liturgica. La preghiera liturgica è la preghiera più alta, benissimo, ma noi siamo al di fuori da questa preghiera liturgica  molto spesso se prima non stabiliamo con Dio un rapporto personale nella nostra preghiera privata, chiamiamola così, o personale. Se noi viviamo questa preghiera personale allora anche la preghiera liturgica può essere vera. Se non facciamo la nostra preghiera personale, la preghiera liturgica non si prega! E' inutile dirla!
Molto spesso anche questi sacerdoti o queste suore che dicono soltanto il breviario, non pregano mai perché il breviario rimane ostico, è difficile entrarvi; invece se tu vivi questa preghiera personale e sei così unito a Dio allora, allora viene per te la possibilità di vivere, come tua preghiera anche l'ansia, la salvezza degli uomini, anche la solidarietà col mondo del lavoro, col mondo della sofferenza così come si esprimono i salmi, così come si esprime nella preghiera liturgica. Ma s'impone prima di tutto questa preghiera personale. Il “Padre” così come ci vien dato dal Vangelo di Luca non ha nulla di aulico, non ha nulla di solenne, di liturgico, è la preghiera più semplice, più diretta di ogni altra preghiera che sia nel rituale ebraico, una preghiera semplice e diretta al Padre e noi dobbiamo imparare questo rapporto di amore se vogliamo vivere la preghiera.

“L'insegnaci a pregare” è già tutto in questa prima parola del “Padre”.
“Padre”, c'è già tutto l'insegnamento della preghiera perché ci dice in che modo noi stabiliamo un rapporto con Dio e di quale natura è questo rapporto e che cosa deve esprimere questo rapporto, e naturalmente che cosa esprime se non la nostra volontà di glorificare Dio, se non la volontà che Dio sia sempre più riconosciuto, il Regno di Dio, che venga il suo Regno e poi ancora questa unione con Lui di tutti i fratelli, di questa nostra unione con tutti nella nostra unione con Dio. Praticamente è tutto qui!
Ma proprio per questo nell'insegnamento della preghiera “insegnaci a pregare”, noi dovremmo soprattutto dare agli uomini il senso di Dio. Se non c'è il senso di Dio son tutte parole. E' dal senso che noi abbiamo di Dio che nasce un vero rapporto, sennò si prega soltanto i travicelli, o si dicono soltanto delle belle parole e allora si gustano le preghiere dei salmi ma si parla a noi stessi e non si parla a un altro che ci ascolta. Perciò la prima cosa che s'impone nella scuola della preghiera è dare alle anime il senso di Dio come l'ha dato Gesù perché, io penso, è difficile per noi immaginarlo, comunque io cerco di pensare come, che cosa abbia voluto dire nelle labbra di Gesù questa prima parola: “Padre”. Voi capite? La preghiera di Gesù è sempre “Padre” secondo Ieremias, secondo il Vangelo. “Padre” e basta, è questo rapporto di filiazione totale.

Ebbene, io penso che quando hanno ascoltato questa parola, questi Apostoli son rimasti stupefatti. Come? Osare rivolgersi a Dio, all'Infinito, con questa parola di intimità, con questa parola di assoluta intimità. Ma era precisamente questo che insegnava Gesù dando agli uomini la conoscenza di Dio, la conoscenza di un amore infinito, di un amore tenerissimo, di un amore che accoglieva ogni uomo nella sua, nella sua infinita carità. Ecco, ha dato agli uomini il senso di Dio, non come trascendenza infinita, non come la terribilità del Sinai, ma come una tenerezza immensa che si apre a noi e si dona a noi senza fine.

La Comunità dei figli di Dio

Una comunità di monaci nel mondo

  • La Comunità dei figli di Dio (CFD), fondata dal sacerdote Divo Barsotti, (Palaia (PI), 25 aprile 1914 - Settignano, (FI) 15 febbraio 2006) è un’Associazione pubblica di fedeli che desiderano vivere nel mondo il mistero dell'adozione filiale, avendo come strumenti quelli che nella Chiesa sono da sempre i mezzi propri della spiritualità monastica: ascolto della Parola di Dio, vita liturgica e sacramentale, preghiera del cuore, esercizio della carità fraterna. Nel mondo: i membri della Comunità non si ritirano negli eremi, non vivono ordinariamente in piena solitudine, ma vivono da monaci nel mondo, tra gli uomini e nelle strutture sociali. Lavorano negli uffici, nelle scuole, nei posti pubblici, nelle case; sono uomini e donne, giovani e anziani, sposati e non sposati: uniti in un’unica famiglia mediante una consacrazione, grazie alla quale si donano e si consegnano al Verbo di Dio, alla Vergine Madre e alla Chiesa. La CFD è stata canonicamente riconosciuta dalla Chiesa come “Associazione pubblica di fedeli” con decreto dell'Arcivescovo di Firenze, il cardinale Silvano Piovanelli, in data 6 gennaio 1984.

  • La Comunità è nata negli anni 1947-48 per opera di don Divo Barsotti. Arrivato a Firenze dalla diocesi di San Miniato nel 1945 e accolto dal Cardinal Elia Dalla Costa su sollecitazione di Giorgio La Pira, viveva presso un convento di suore vicino a Porta Romana. Fu un piccolo gruppetto di donne, già legate tra loro da un forte legame religioso, che chiese a don Divo di essere guidato nel cammino spirituale. Egli accettò la proposta. Il Padre – da allora fu sempre chiamato così – dette presto a loro un programma di vita ben preciso: celebrazione quotidiana della liturgia delle Ore, impegno a custodire il sentimento della Divina Presenza pur nel consueto scorrere della vita di ogni giorno, studio e meditazione della Sacra Scrittura e dei testi della grande Tradizione cristiana orientale e occidentale, incontro di gruppo tutte le settimane e una giornata al mese di ritiro. Barsotti sentiva fortemente la necessità che nella Chiesa si risvegliasse la sensibilità al primato dei valori contemplativi come parte integrante della vocazione del battezzato, in qualunque stato di vita si trovasse a vivere. Di qui anche il nome scelto da don Divo per la famiglia religiosa che gli si andava formando intorno: Comunità dei figli di Dio, il nome stesso della Chiesa. Pian piano la Comunità andò crescendo e negli anni dal 1950 al 1960 si formarono gruppi in varie parti d'Italia: a Viareggio, Venezia, Palermo, Modena, Napoli... Anche la struttura della Comunità si andò pian piano delineando, fino alla sua ultima definizione, che si ebbe quando all’interno della Comunità si realizzò la vita comune, e si aprirono alcune case, maschili e femminili, con una impostazione di vita molto vicina alla disciplina religiosa in senso classico. La Comunità dei figli di Dio si costituì allora come “famiglia religiosa” pur comprendendo al suo interno tutti i diversi stati di vita; è la sua struttura attuale, oggi che la CFD si è diffusa anche all’estero (Gran Bretagna) fino in Africa (Benin), in America latina (Colombia), in Asia (Sri Lanka) e in Oceania (Australia).

  • Struttura

    Questa la struttura in quattro rami: - Laici che vivono nel mondo, sposati o non sposati, i quali, dopo un congruo periodo di preparazione, si consacrano a Dio nella Comunità. È questo il primo ramo della Comunità. - Sposi o coppie di sposi che desiderano impegnarsi a vivere in famiglia seguendo i dettami dei consigli evangelici e quindi professando i voti di povertà, castità coniugale e obbedienza. È il secondo ramo. - Chi, pur restando a vivere nel mondo, vuole vivere la sua donazione a Dio nello stato verginale può professare i voti religiosi di povertà, castità piena e obbedienza (terzo ramo). - Infine il quarto ramo comporta la vita religiosa nelle case di vita comune, con fratelli e sorelle che lasciano tutto per vivere in piccole fraternità la cui impostazione di vita è tipicamente monastica: preghiera, silenzio, lavoro, studio. Anche i sacerdoti diocesani possono far parte della Comunità, mantenendo la propria identità secolare e collocandosi o nel primo o nel terzo ramo.

    Governo

    Superiore di tutta la Comunità (canonicamente ne è il Moderatore) è un fratello sacerdote del quarto ramo, eletto ogni 6 anni, affiancato nel governo da due laici consacrati, un uomo e una donna (gli Assistenti Generali). I tre insieme costituiscono la Presidenza. Altri organi centrali sono l’Assemblea generale e il Consiglio della Comunità. Responsabili in loco delle diverse Famiglie, geograficamente costituite, sono gli Assistenti di Famiglia.

    L'Ingresso nella CFD

    Per entrare nella Comunità c'è un periodo previo di aspirantato, durante il quale chi è interessato viene affidato ad un responsabile della formazione, che gli fa conoscere la Comunità nei suoi fini e nei suoi mezzi, così da realizzare un discernimento serio e ben fondato in ordine alla chiamata a questo tipo di vita. Si entra nella Comunità dei figli di Dio per mezzo di un atto di consacrazione, grazie alla quale la persona si dona interamente a Dio, esprimendo la volontà di vivere la perfezione della carità secondo l'ideale e i mezzi che la Chiesa riconosce propri della Comunità.

  • La spiritualità della CFD vuole essere una spiritualità monastica. Soprattutto nell’Oriente cristiano lo stato di vita monastico è inteso come la realizzazione piena della condizione di grazia del battezzato. Essere monaci vuol dire vivere come specifica vocazione la tensione alla piena realizzazione della vocazione battesimale, comune a tutti. Su questa base don Divo Barsotti, ispirandosi alla spiritualità orientale e specificatamente russa, ha ritenuto possibile proporre al semplice battezzato, pur immerso nelle realtà del mondo, l’ideale monastico, nella dimensione di un ‘monachesimo del cuore’, un ‘monachesimo interiorizzato’. Per questo i mezzi che la Comunità offre per rispondere a questa specifica vocazione sono quelli propri della grande tradizione monastica: la vita liturgica e sacramentale, la preghiera e l'ascolto della Parola di Dio, la vita fraterna. Secondo dei programmi stabiliti, i membri della Comunità meditano ogni mese un libro della Sacra Scrittura in modo da leggere la Bibbia in un ciclo sessennale; frequentano per quanto possibile la vita sacramentale e liturgica della Chiesa; pregano ogni giorno con la liturgia delle Ore, almeno in alcune sue parti. Nel corso della settimana i consacrati si incontrano in piccoli gruppi; incontri in cui si prega, si fa formazione biblica, si assimila la spiritualità del Fondatore, ci si confronta e ci si aiuta nell’entrare sempre più nel cuore della vita spirituale. Ogni mese poi c'è un incontro allargato tra i vari gruppi esistenti nella stessa zona (adunanza) e una mezza giornata di ritiro, privilegiando la dimensione religiosa del silenzio. Durante l'anno infine si organizzano diversi corsi di esercizi spirituali di cinque giorni in varie regioni d'Italia, e un pellegrinaggio per la conoscenza di luoghi significativi per la nostra spiritualità.

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DIVO BARSOTTI

Abbiate fiducia. La morte non mi fa paura, già ho vissuto un anticipo di comunione con Lui attraverso coloro che ho amato. Abbiate fiducia. Dio non mancherà.