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RITIRO OTTOBRE 2016

(Meditazione 07-10-1987)

“INSEGNACI A PREGARE”

Prima di tutto è da sottolineare la natura umana di Gesù. Egli è rapporto eterno e infinito di amore al Padre eppure qui dice: “era in un luogo e quando ebbe finito” vuol dire che anche Lui come uomo sentiva il bisogno della solitudine, di appartarsi.

E i discepoli non osano accostarsi a Lui mentre Egli prega. E' soltanto per insegnare a noi… o anche la sua natura umana stessa aveva bisogno di questa relativa solitudine per entrare in comunione col Padre? E ancora dice il testo: “quando ebbe finito” vuol dire che la vita di Gesù era sì preghiera continua; ma virtualmente, perché la preghiera attuale anche in Lui aveva un inizio e una fine. Era un uomo che viveva nel tempo. Pur essendo Figlio di Dio, Egli lasciava che la natura umana rimanesse condizionata come la nostra dal tempo, dallo spazio, dalla salute, dal giorno, dalla luce, dalla notte, da tutto quello che in fondo condiziona anche la nostra vita. Ma non è questo, anche se era importante notarlo, non è questo quello che dovrebbe essere l'argomento della nostra meditazione stamani, piuttosto son le parole dei discepoli.

Quando ebbe finito i discepoli si accostarono a Lui e gli dissero: “Maestro, insegnaci a pregare”. Gesù era un maestro, dunque doveva insegnare. Quale insegnamento essi chiedono a Gesù? Vogliono che insegni loro a pregare; vuol dire che vi è una scuola per la preghiera, vuol dire che vi è veramente la necessità di imparare come si prega! E' vero che la preghiera è l'atto più personale dell'uomo, quello veramente che lo distingue e lo fa diverso da ogni altro uomo. Nulla è più personale della preghiera! E tuttavia si deve anche insegnare a pregare, ci deve essere anche una scuola di preghiera.
Che cos'è questa scuola di preghiera che i discepoli chiedono a Gesù? Intanto una cosa è importante: chiedono a Gesù: “insegnaci a pregare” perché l'hanno visto pregare. Non si insegna dunque la preghiera se non siamo anime oranti. Nessuno può presumere di insegnare a pregare se egli di fatto non prega, se egli di fatto non ha un'esperienza di preghiera notevole, almeno diversa, più alta degli altri. Ed è in forza di questa esperienza di preghiera che si giustifica un suo insegnamento.
Ma se la preghiera è così personale come può uno insegnarla? E come può, insegnandola, lasciare libera l'anima nella sua preghiera personale? E' evidente che l'esperienza della preghiera del Maestro è necessaria all'insegnamento. Ma rimane anche vero che quanto più veramente tu entri nella preghiera quanto più veramente attraverso la scuola di preghiera l'anima ha imparato a rivolgersi a Dio, tanto più acquista anche una sua indipendenza dal Maestro. E' necessario, ma è una manuductio, un aiuto che introduce nel segreto, introduce nel santuario della preghiera, poi il maestro deve farsi da parte! Di fatto, vedete, Nostro Signore insegna a pregare, insegna quali sono fondamentalmente gli oggetti ma insegna anche lo spirito col quale si deve pregare. Prima lo spirito, poi l'oggetto della preghiera. L'insegnamento di Gesù ha questa duplice direzione, prima lo spirito.

Qual è lo spirito della preghiera che insegna Gesù? Altre volte vi ho detto, il Padre Nostro in San Luca è quello autentico, anche se non è quello che diciamo, noi diciamo il Padre Nostro che ci ha insegnato l'Evangelista San Matteo, e va bene! E' ispirato da Dio, anche quella formula è ispirata da Dio ma non è la vera formula di Gesù! La vera formula che ci insegna Gesù è quella di Luca. Ora, se noi analizziamo quello che ci dice questa formula che San Luca riporta, questa formula già suggerisce lo spirito col quale dobbiamo rivolgerci a Dio. Ed è questo: la preghiera certo si può fare in comune, e si deve anche fare in comune, tuttavia, si diceva prima, è l'atto più personale che esista.
Lo dice precisamente la preghiera che c'ha conservato il Vangelo di San Luca. Non dice “Padre Nostro”, dice “Padre”. Quando tu preghi il tuo spirito deve essere così attratto a Dio da dimenticare tutto e tutti. Davanti a te deve rimanere Lui solo non “Padre Nostro” ma “Padre”. Ma non è soltanto questo lo spirito della preghiera che implica veramente una unione con Dio che ci sottragga alle cose, alle preoccupazioni, ai pensieri, non è soltanto questo.
Lo spirito della preghiera come ce la insegna San Luca, o Nostro Signore in San Luca, è qualche cosa di più. Nella misura che tu ti sottrai alle cose, agli uomini per vivere un rapporto diretto con Dio, personale con Lui, tu acquisti anche, piuttosto esprimi anche, una tua parresia, una tua semplicità, una tua confidenza nei confronti di Dio. Confidenza filiale, una confidenza filiale che ti mette in un rapporto di intimità assoluta col Signore. “Padre” tu dici!
La parola “Padre” è la sintesi della preghiera cristiana ed è l'espressione di quel rapporto che il cristiano vive con Dio. Egli è il “Papà”. Nemmeno “Padre” nel senso aulico, come il termine in italiano suona. Ma “Babbo” se si vuol dire al modo toscano, “Papà” se si vuol dire così come dicono nelle altre regioni, è l'espressione della più grande intimità e semplicità con Dio ma tutto questo suppone non che Dio si sia fatto piccolo per giungere a te, suppone che tu ti sia innalzato fino a Lui così da realizzare davvero in questo tuo rapporto con Dio la tua trascendenza nei confronti di tutto. Se tu dici “Padre” e non dici “Nostro” è precisamente per questo, perché nella preghiera tu emergi da tutti i condizionamenti umani per vedere soltanto il volto di Dio. “Padre” tu dici!
Ecco lo spirito della preghiera cristiana. Una preghiera di semplicità, di perfetto abbandono, di confidenza assoluta in Colui che è tutto per te! Ma proprio questo rapporto implica di per sé la solitudine come già Gesù aveva vissuto nella solitudine la preghiera, tanto che i discepoli non osano avvicinarlo mentre Egli prega. Si è fasciato Lui stesso di silenzio ed è entrato nella solitudine pregando.

D'altra parte anche in un altro testo del Vangelo, Gesù ci dice: “quando tu preghi entra nella tua camera, chiudi la porta e prega in cubiculo nella tua cameretta e il Padre che vede nel segreto, ti ascolterà”. Nel segreto, ecco lo spirito, lo spirito della preghiera. Di qui, miei cari fratelli, la, come dire, il pericolo che vi è oggi nell'identificare la preghiera soltanto con la preghiera comunitaria. La preghiera comunitaria può avvenire in un secondo tempo, prima di tutto noi dobbiamo stabilire un contatto reale con Dio.
E' vero per esempio che uno può avere tanti fratelli, però il rapporto con la madre non passa attraverso i fratelli, è un rapporto diretto. Quando tu pensi a Mimmi, alla tua mamma, ci pensi dopo aver pensato a Federico, a Emanuele, Alberto, a Paolo, il tuo papà? No, il rapporto è diretto, così deve essere anche diretto il rapporto nostro con Dio. Non passa attraverso la comunità, non passa attraverso la comunità. La preghiera si fa nella Chiesa, questo è vero, ma non passa attraverso la Chiesa perché il rapporto è diretto. “Padre”, è una nostra partecipazione al rapporto del Figlio Unigenito al Padre. E' vero che si fa nella Chiesa, perché si fa in quanto siamo membra del Corpo Mistico del Cristo perciò siamo nella Chiesa, ma nella preghiera la Chiesa deve essere dimenticata, deve essere dimenticato il Papa, i vescovi, i malati, i poveri, deve essere dimenticato tutto. Il rapporto è personale e diretto. Se Dio poi nella preghiera suscita in te il ricordo dei poveri, prega anche per loro, ma viene in seguito, il primo atto della preghiera nostra è il tendere verticalmente a Dio, il realizzare questo rapporto unico.
E' trascendente ogni rapporto, il rapporto del Figlio al Padre Celeste. “Padre” dice la preghiera di Luca. E' molto più importante la preghiera di Luca che la preghiera di San Matteo. Anche se noi si dice sempre il “Padre” come ce l'ha insegnato San Matteo: “Padre nostro che sei nei cieli.....”, qui non c'è né che è nel cielo, infatti non è nel cielo, è nel tuo cuore; è Padre non puoi cercarlo lassù.
Le parole del Padre Nostro in San Matteo risentono ancora del rituale ebraico, cioè di dare a Dio il senso di questa trascendenza, di inaccessibilità per questo è nei cieli. Non è nei cieli, è veramente vicino a te. Lo dice, del resto, il Deuteronomio: “è nel tuo cuore” e allora se già nell'Antico Testamento Dio si fa presente, almeno secondo il Deuteronomio, così da essere presente al cuore dell'orante, quanto più per noi. Non lo cerchiamo lontano, è veramente più vicino a noi di noi stessi. “Padre” dice la formula di preghiera di San Luca. “Sia santificato il tuo nome non è nel cielo e non è Padre nostro, è Padre mio come, come Gesù. Anche Gesù non dice mai nostro, dice sempre “Padre mio”, “Padre” e se noi ascoltiamo quello che dice San Paolo nella Lettera ai Romani, nella Lettera ai Galati, precisamente questa è la formula della preghiera cristiana perché siete figli e Dio mandò lo spirito del Figlio suo nel vostro cuore che chiama o nel quale chiamiamo “Abbà”, “Papà”, “Babbo”, tutto qui e non dice altro San Paolo infatti in questa parola c'è compreso poi tutto, non importerebbe nemmeno aggiungere nulla.
E' già molto più breve il Padre Nostro in San Luca o piuttosto, la formula del “Padre” in San Luca, che in San Matteo. Ma in San Paolo, poi, diviene ancora più breve, è soltanto l'invocazione “Padre”.

Per questo, vedete, lo spirito che si esprime in questa parola iniziale del “Padre” secondo il Vangelo di San Luca, questa parola iniziale che esprime lo spirito, esprime anche il contenuto. Qual è il contenuto? Un rapporto di totale amore, un  rapporto di totale abbandono, un rapporto di totale confidenza nel Padre. Siamo nelle sue mani. “Padre” dice Gesù in San Luca. Gesù ha detto questa formula e non quella di San Matteo, ha detto questa formula. E sicuramente è più questa di quella di San Matteo. San Matteo l'ha rifatta e rielaborata secondo anche il rituale ebraico.
Ma Gesù è molto più semplice: “Padre sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, dacci oggi il nostro pane quotidiano, perdonaci i nostri peccati come noi perdoniamo”, tutto lì.  E si noti, allora, anche il nostro rapporto con le cose e con gli uomini, si chiede il pane per mangiare, si chiede, poi, di vivere un rapporto di carità coi fratelli perché se Egli è Padre gli altri sono fratelli e nel Padre noi li riconosciamo come fratelli, li accogliamo come fratelli, per questo non ci possono essere divisioni, per questo deve essere superato ogni attrito, come deve essere superato l'attrito del figlio col padre, il padre accoglie sempre il figlio ma anche il fratello deve accogliere il fratello.
Comunque guardate, lo spirito è questa confidenza, è questo abbandono, è anche questo rapporto personale, personale. Di qui vedete l'importanza che ha la preghiera personale prima della preghiera liturgica. La preghiera liturgica è la preghiera più alta, benissimo, ma noi siamo al di fuori da questa preghiera liturgica  molto spesso se prima non stabiliamo con Dio un rapporto personale nella nostra preghiera privata, chiamiamola così, o personale. Se noi viviamo questa preghiera personale allora anche la preghiera liturgica può essere vera. Se non facciamo la nostra preghiera personale, la preghiera liturgica non si prega! E' inutile dirla!
Molto spesso anche questi sacerdoti o queste suore che dicono soltanto il breviario, non pregano mai perché il breviario rimane ostico, è difficile entrarvi; invece se tu vivi questa preghiera personale e sei così unito a Dio allora, allora viene per te la possibilità di vivere, come tua preghiera anche l'ansia, la salvezza degli uomini, anche la solidarietà col mondo del lavoro, col mondo della sofferenza così come si esprimono i salmi, così come si esprime nella preghiera liturgica. Ma s'impone prima di tutto questa preghiera personale. Il “Padre” così come ci vien dato dal Vangelo di Luca non ha nulla di aulico, non ha nulla di solenne, di liturgico, è la preghiera più semplice, più diretta di ogni altra preghiera che sia nel rituale ebraico, una preghiera semplice e diretta al Padre e noi dobbiamo imparare questo rapporto di amore se vogliamo vivere la preghiera.

“L'insegnaci a pregare” è già tutto in questa prima parola del “Padre”.
“Padre”, c'è già tutto l'insegnamento della preghiera perché ci dice in che modo noi stabiliamo un rapporto con Dio e di quale natura è questo rapporto e che cosa deve esprimere questo rapporto, e naturalmente che cosa esprime se non la nostra volontà di glorificare Dio, se non la volontà che Dio sia sempre più riconosciuto, il Regno di Dio, che venga il suo Regno e poi ancora questa unione con Lui di tutti i fratelli, di questa nostra unione con tutti nella nostra unione con Dio. Praticamente è tutto qui!
Ma proprio per questo nell'insegnamento della preghiera “insegnaci a pregare”, noi dovremmo soprattutto dare agli uomini il senso di Dio. Se non c'è il senso di Dio son tutte parole. E' dal senso che noi abbiamo di Dio che nasce un vero rapporto, sennò si prega soltanto i travicelli, o si dicono soltanto delle belle parole e allora si gustano le preghiere dei salmi ma si parla a noi stessi e non si parla a un altro che ci ascolta. Perciò la prima cosa che s'impone nella scuola della preghiera è dare alle anime il senso di Dio come l'ha dato Gesù perché, io penso, è difficile per noi immaginarlo, comunque io cerco di pensare come, che cosa abbia voluto dire nelle labbra di Gesù questa prima parola: “Padre”. Voi capite? La preghiera di Gesù è sempre “Padre” secondo Ieremias, secondo il Vangelo. “Padre” e basta, è questo rapporto di filiazione totale.

Ebbene, io penso che quando hanno ascoltato questa parola, questi Apostoli son rimasti stupefatti. Come? Osare rivolgersi a Dio, all'Infinito, con questa parola di intimità, con questa parola di assoluta intimità. Ma era precisamente questo che insegnava Gesù dando agli uomini la conoscenza di Dio, la conoscenza di un amore infinito, di un amore tenerissimo, di un amore che accoglieva ogni uomo nella sua, nella sua infinita carità. Ecco, ha dato agli uomini il senso di Dio, non come trascendenza infinita, non come la terribilità del Sinai, ma come una tenerezza immensa che si apre a noi e si dona a noi senza fine.