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Io non so quale coraggio abbiamo avuto nel donarci a Dio. Probabilmente non abbiamo avuto bisogno di coraggio, perché quando siamo stati ordinati sacerdoti si capiva ben poco. Un ragazzo a ventitre anni non si può dire che capisca gran cosa, anche se sa bene la sua teologia e agli esami gli hanno dato trenta e lode. La sua è sempre una scienza libresca. Ma quando l’uomo si trova di fronte a un mondo che egli deve salvare, a un mondo a cui deve portare Dio e non sa in che modo parlargliene, come gli cascano le braccia, come è preso da sgomento! L’uomo sente allora che la sua missione è più grande di lui, sente che non vi è proporzione alcuna fra le possibilità umane anche le più grandi e la missione che ha ricevuto da Dio. Non serve il potere politico, non serve il potere economico, non serve la cultura, o la giovinezza. Tu non sai in che modo poter raggiungere il mondo, queste anime che sembrano perdute, che sembrano non voler sapere più nulla di Dio.

(...) Sembra che il mondo ci sfugga di mano, sembra che il mondo non voglia più saperne di noi (...). Per il mondo, sul piano storico, noi sembriamo dei sorpassati; pare quasi che siamo, almeno un poco, dei pezzi da museo. Per il mondo non appare che la Chiesa stessa sia soltanto la reliquia di un’epoca che è per finire, se non è già finita? Mi ricordo dell’impressione penosa che ebbi vivendo per qualche giorno in un episcopio, vasto ma fatiscente, con un vescovo, umile e buono, ma solo e avanti negli anni e malato. La vita era altrove. Tutto sembrava spingermi a fuggire. Mi ricordo dell’impressione che ebbi quando predicai gli Esercizi spirituali in una grande abbazia benedettina dove i rari monaci si muovevano come larve nella vastità vuota dei corridoi come di un cimitero.

Eppure sappiamo e dobbiamo credere che questo mondo Dio ce lo ha dato nelle mani. Non è il mondo, non è la storia che deve salvarci. Magari facciamo mostra di custodi di museo, vestiti di rosso o di viola, eppure non è questo mondo che può salvare noi e che ci vuol salvare perché facciamo bella figura e siamo un pezzo di colore: siamo noi che dobbiamo salvare questo mondo. Chi ci manda? Ci manda Dio stesso. Dobbiamo avere questa fede; soltanto nella misura che noi siamo consapevoli che è un Dio che ci ha chiamati, la nostra povertà non è più un impedimento, ma diviene piuttosto strumento dell’onnipotenza e motivo maggiore per noi di glorificare Dio, di ringraziarlo che ci abbia scelto per Sé. Poveri, deboli come siamo, Dio ci ha voluto strumento della sua grazia, Dio ha voluto usare di noi, e ci ha chiamato a lavorare con Lui. Non è con il mondo, miei cari fratelli, che dobbiamo collaborare, ma dobbiamo collaborare con Dio. Questo ci insegna la Sacra Scrittura: noi siamo i cooperatores Christi, i collaboratori di Dio (cfr. 1Cor 3,9).

Dio ha voluto aver bisogno della nostra povertà. Non vi è nulla di più grande, nulla che veramente ci possa commuovere di più di questo amore di Dio, che non soltanto ha voluto donarsi a noi per essere nostro, ma ha voluto chiederci ed accettare anche la nostra umanità, la nostra povertà, quasi ne avesse bisogno per l’opera sua. Ha voluto chiederci il servizio della nostra povera umanità, quasi Egli ne avesse bisogno. Ha voluto scegliere la nostra povertà, la nostra miseria, quasi che senza di noi Egli non avesse potuto compiere quello che Egli comunque avrebbe compiuto.

Le responsabilità dei preti. Prediche al Papa, 2010, pp. 67-71