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Il Vangelo della guarigione del servo del centurione ci offre uno spunto per la nostra meditazione. Si è detto che la vita religiosa consiste in un rapporto di amore in cui per primo è il Signore che intraprende questa comunione e inizia il colloquio, poi è l’uomo che risponde. Ciò significa che l’anima deve avere la percezione che è un Dio che gli parla. Si rivela ciò dalle parole del centurione: «Signore, io non sono degno» (cfr. Lc 7, 6); egli ha capito dalle parole di Gesù che colui che gli parlava era il Signore. Forse non la percezione chiara che fosse il Figlio di Dio, ma ha comunque avvertito che qualcosa di grande era avvenuto; egli ha ascoltato una parola di uno che gli parlava in nome di Dio, di uno che aveva stabilito tra coloro che ascoltavano e Dio un certo rapporto misterioso. Proprio per questo il centurione si sente indegno di invitare il maestro, di chiedergli un miracolo.

Ed ecco allora uno dei fondamenti della vita religiosa: noi siamo sicuri di avere ascoltato Dio se nasce in noi questo senso di stupore. Come… Dio parla a me? Che cosa noi siamo? Uomini che oggi ci sono e domani non sono più, e Dio l’infinito si rivolge a ciascuno di noi? Dobbiamo avere questa percezione, perché se non l’abbiamo non vivremo mai la vita religiosa. Questa comporta la nostra apertura nella fede alla nuova dimensione della nostra vita. Fino ad adesso si viveva la nostra piccola vita, si studiava, si scriveva, si leggeva, e ora Dio entra nella tua vita e tu rimani come sospeso nell’ammirazione, direi come paralizzato nelle tue potenze.

Vedete, quello che meraviglia il centurione non è il fatto che il maestro faccia il miracolo – perché anzi il miracolo lo chiede lo stesso – ma il fatto che il maestro si occupi di lui, vada nella sua casa. La cosa più grande nella vita religiosa non sono i doni che possiamo ricevere da Lui, ma che Lui entri nella tua casa, che stabilisca un rapporto di amore con te. Se noi avessimo davvero una percezione viva che Colui che ha creato il cielo e la terra è entrato nella nostra casa (cioè nella nostra vita), che cosa sarebbe mai la nostra vita! Sarebbe, come dicono i santi, un grande stupore.

Una delle cose più difficili nella vita cristiana è credere all’amore divino. Siamo così povera cosa... Una di voi mi diceva poco fa di sentirsi una formica: altro che formica di fronte a Lui che è l’immenso! E tuttavia ci ama, ci ha scelto, ci ha chiamati per nome e ci dice: «Ecco, sono tutto per te». Questa è la vita religiosa! Nel sentimento del nostro nulla avere questa percezione che è per noi sempre motivo di stupore infinito: siamo scelti da Dio! Che cosa è mai tutta la grandezza umana nei confronti di quello che un’anima vive se vive la percezione sicura che Dio è tutto per lei? Anche la vita più umile diventa di una grandezza smisurata, una grandezza che noi non sappiamo nemmeno concepire.

Si capisce davvero come la parola dell’uomo, dopo quella di Dio, sia una parola di stupore e di ammirazione, ma anche di perfetta umiltà: «Signore, non sono degno che tu venga nella mia casa».

Dal Ritiro del 4 giugno 1989 a Genova