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Non possiamo dubitare che la grazia divina sia offerta ad ogni uomo. Sappiamo per fede che nessuno potrebbe essere condannato se non per un suo rifiuto ad accogliere la grazia divina. Noi siamo dunque nella condizione di sentirci redenti dal Cristo, di saper accogliere il dono di questa redenzione gratuita, ma reale (…)

Ed ecco, allora, miei cari fratelli, quello che dobbiamo chiedere a Dio in questi giorni della Quaresima: dobbiamo chiedere a Dio che gli uomini vogliano credere all’amore, vogliano affidarsi all’amore, vogliano abbandonarsi a quel Dio che altro non vuole se non la loro salvezza, se non il loro bene. La Quaresima termina con la resurrezione. È il cammino di tutta l’umanità verso la celebrazione di questo mistero che fa presente la salvezza di Dio. La resurrezione non è tanto un dono di grazia o di gloria che riguarda il Figlio di Dio. Il Figlio di Dio nella sua natura divina non ha mai cessato di essere la beatitudine stessa dei Santi. La resurrezione dice invece il termine ultimo di tutta l’umanità. Nel Cristo risorto noi siamo in atto primo. Quando celebriamo la Quaresima, celebriamo il cammino di tutta l’umanità verso il possesso della redenzione che in Cristo ci viene offerta nell’atto in cui noi celebriamo la resurrezione di Gesù, perché la resurrezione del Cristo è la resurrezione di tutta quanta la creazione, come insegna sant’Ambrogio: «Resurrexit in eo caelum, resurrexit in eo terra – Risorse in Lui la terra e il cielo». Tutto è risorto col Cristo. L’atto per il quale l’umanità del Cristo si sciolse dai vincoli della morte è l’atto mediante il quale tutta la creazione si solleva a Dio in una lode eterna, infinita.

Noi dobbiamo compiere questo cammino non per noi soli. (…) Le nostre piccole mortificazioni non so che cosa possano essere per il Signore: sono soltanto un modo per noi per cercare di realizzare la sacralità di questo tempo che ci prepara alla festa di Pasqua. In queste mortificazioni noi ci risvegliamo da un certo torpore che ci impedisce di prendere coscienza che tutta la nostra vita è un contatto con Lui, che tutta la nostra vita deve essere un rapporto con questo Dio che ci ama e ci dona Se stesso. Non c’è un giorno più santo dell’altro, perché tutti i giorni non sono che il giorno di Dio e il giorno di Dio è il giorno in cui Egli si offre a ciascuno. Oggi tu puoi entrare in Paradiso: «Hodie mecum eris in Paradiso» (Lc 23, 43). È la parola che dice il Signore a ciascuno di noi. Perché aspettare? Non è forse questo il momento che egli ti dà per aprirti nella fede ad accogliere Dio? La comunione sacramentale si può fare soltanto due volte in un giorno, ma una comunione che ci dona il Cristo la possiamo fare in ogni istante della nostra vita, se nella fede ci apriamo ad accogliere il dono di Dio.

(…) Dobbiamo vivere questo, miei cari fratelli e sorelle, ma non viverlo per noi soli. Se noi viviamo la Quaresima per noi soli, già ci escludiamo dal vivere la Pasqua. Il processo che va dal peccato di Adamo a Cristo è diverso dal processo che va da Cristo alla seconda venuta. Da Adamo a Cristo è un estendersi del male, un dilatarsi dell’orrore del male e della divisione degli uomini e della opposizione dell’uomo dall’uomo. Ma ecco: da Cristo fino alla seconda venuta si ricompone l’unità, fintanto che al termine, come dice sant’Agostino, non rimane che Cristo, il Christus totus.

Sì, soltanto il Cristo, ma non soltanto la Persona del Verbo incarnato. No, rimane un solo Cristo, perché un solo corpo. Il mistero cristiano è simile al mistero della Trinità: un solo Dio, ma tre Persone che sussistono nella unità della natura; un solo Cristo, ma nell’unità del Cristo innumerevoli anime, un mondo immenso, una umanità di miliardi e miliardi di uomini che sollevano a Dio il loro canto di gloria. Un solo uomo, ma in questo uomo rimangono le persone. Le persone rimangono, ma per vivere tutte una sola vita: la vita che è la vita del Figlio di Dio, cioè una vita immensa, una vita di luce infinita, una vita che è di un amore senza limiti.

La Quaresima ci porta a dover vivere questo, non la nostra salvezza individuale. Guardate che se voi andate soli verso il Signore, Dio non vi conosce, perché il Padre conosce soltanto il Figlio e il Figlio si è fatto uno con tutti.

Le persone vivono poi un’unica vita. Come le tre Persone divine vivono la vita di Dio, così tutti gli uomini in Cristo non vivono che la vita del Cristo: «Vivo io, ma non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me» (Gal 2, 20), cioè in ciascuno di noi. Ciascuno di noi vivrà la vita del Cristo secondo la nostra apertura ad accogliere il dono di Dio.  

Ritiro a Bologna del 25 febbraio 1996